lunedì 3 ottobre 2016

Le Interviste: Elisabetta Dessì

Dopo l'intervallo del periodo estivo, riprendiamo la pubblicazione delle interviste con una giovane, Elisabetta Dessì: psicologa, creativa e poetessa



Trovo particolarmente interessante il connubio tra psicologia e arte presente nei tuoi progetti, ma è nato prima l'interesse per gli studi in psicologia o la passione per l'arte?

La passione per l'arte ce l'ho da ragazzina, ho deciso di iscrivermi in psicologia solo intorno ai 17-18 anni. La decisione di andare all'università è stata in qualche modo una scelta responsabile, che ha prevalso sulla tentazione di provare a seguire un percorso artistico. C'è anche da dire che essendo sempre stata diligente negli studi, il fatto di proseguire dopo il diploma è stato quasi automatico, inoltre la psicologia era una materia che mi interessava e mi piaceva molto. In realtà poi, durante il percorso formativo ho fatto anche altro: integrazione scolastica, esperienze assieme a ragazzi con autismo, tanto che ancora oggi  collaboro con associazioni che operano in quel campo.
Il pallino dell'arte però è sempre rimasto: da un lato una creatività manifestata attraverso la manualità, dall'altra la poesia.
L'idea di mettere insieme arte e psicologia per la realizzazione dei miei progetti è nata molto dopo, alla fine del ciclo di studi.


Partiamo dalla scrittura: ami particolarmente la poesia e nel tempo hai pubblicato diversi libri, l'ultimo s'intitola "La mia gatta è sul tavolo"; parlaci delle poesie che contiene, di cosa ti ha ispirato e come hai deciso il titolo del libro.

Ero indecisa tra due titoli: mi piaceva "Matrioska" ma lo avevo già utilizzato per il progetto del laboratorio di cucito (ndr: vedi più avanti), così ho pensato al fatto che quando mi metto a scrivere la mia gatta sale sul tavolo e rimane per tutto il tempo con me, unica testimone di quel momento. Trovo che questo titolo sia anche un po' ironico, accompagnato da un'illustrazione altrettanto ironica di Laura Farris, e mi piaceva perché nella mia poesia cerco sempre di mettere anche un po' di ironia. Io sono un po' contro lo stereotipo che vede il poeta, triste, chiuso in casa a scrivere, un po' piegato su se stesso o con la gobba come Leopardi, perché in tanti se lo immaginano così. A me piace invece pensare che la poesia sia qualcosa di vivo e al suo interno debbano trovare posto anche l'ironia e l'allegria, quindi pensare alla mia gatta come unica testimone della scrittura e metterla in copertina con la divertente illustrazione di Laura, mi sembrava il modo migliore per presentare questa  raccolta di poesie.

All'interno del libro ci sono poesie dell'ultimo anno, scritte in prevalenza per questo progetto, ispirate da situazioni, esperienze, storie che possono riguardare la mia vita o quella di qualcun'altro. L'obiettivo che mi son posta era quello di riuscire a portare un po' di freschezza all'interno del libro: c'è sicuramente molta profondità ma anche la leggerezza nella scrittura, nell'affrontare la quotidianità con un po' di spensieratezza; attraverso la poesia ce lo si può permettere. La vita è già abbastanza pesante con le difficoltà che quotidianamente comporta e nel momento in cui scrivo cerco di liberarmi da questa pesantezza e quindi tirare fuori quell'aspetto umoristico che si cela anche nelle situazioni difficili.


Nella prefazione di Carmen Salis del tuo libro si dice: "E' sempre esistito un rapporto tra poesia e musica: suono e parole hanno in comune la forza dell'espressione, il ritmo e il tempo. E capita spesso che nel campo musicale si identifichino cantautori che riescono a far incontrare la musica con la poesia".

La mia passione per la poesia è successiva alla passione per i testi delle canzoni, quindi per la musica. Da ragazzina mi conservavo sempre i soldi per comprare i dischi e prima ancora di ascoltare la canzoni aprivo i libretti e leggevo i testi, se erano in inglese li traducevo subito, allora non si trovavano le traduzioni con la facilità di oggi.
Per gran parte delle persone la musica vince sempre sul testo, ma non per me.
Sono cresciuta con cantanti come Robbie Williams, Cesare Cremonini, Samuele Bersani, ascoltavo le loro canzoni e quindi mi sono appassionata ai loro testi; solo più tardi è venuta la conoscenza e l'approfondimento attraverso i testi di Alda Merini, di Emily Dickinson.
Così ho iniziato a scrivere pensando alla possibilità che il testo potesse anche essere utilizzato per comporre una canzone, e da allora le mie poesie sono costruite partendo da una strofa seguita da un ritornello poi da un'altra strofa, e così via.
Mi piacerebbe veramente tanto se qualcuno dei miei testi potesse un giorno diventare una canzone.  


Quando passeggio per le strade di Cagliari con la fotocamera in mano, la mia mente si perde nell'osservare tutto ciò che mi circonda, le persone, la bellezza di alcuni scorci della nostra città, i dettagli che normalmente sfuggono allo sguardo, e dimentico momentaneamente ogni problema: cosa provi quando scrivi?

Sicuramente un senso di liberazione, scrivere è liberatorio, indipendentemente dal sentimento che c'è alla base delle scrittura, perché posso scrivere quando sono triste ma anche quando sono allegra. Scrivere un pensiero o anche un  diario, per me è molto importante, mi serve per riordinare i pensieri, dare senso a un'emozione vissuta in un determinato momento. A volte la quotidianità ti porta a correre, scrivere mi costringe a fermarmi e riflettere su quel momento; tendenzialmente sono una che corre, che si fa scivolare tutto apparentemente, però poi le cose mi ricadono addosso quando meno me l'aspetto. Quindi fermarmi, dedicare un po' di tempo a me attraverso la scrittura mi serve per fare ordine nella mia mente e liberarmi.

martedì 14 giugno 2016

Le Interviste: Cintia Orrù - Ceramiche e Filigrana, le novità di GhirigoriGlass.

In occasione della precedente intervista realizzata lo scorso anno e nella quale si parla della lavorazione a lume utilizzata per la realizzazione delle splendide perle in vetro di Murano di GhirigoriGlass, Cintia Orrù mi aveva anticipato di essere intenzionata a dedicare maggior tempo ed energie alle creazioni in ceramica. Mi ero quindi ripromesso di tornare nel suo laboratorio a distanza di tempo, per potervi parlare di quelli che sarebbero stati gli sviluppi della sua attività. 
Ma Cintia è un’artista alla quale piace apprendere e sperimentare sempre nuove tecniche; non stupisce quindi che nel frattempo abbia deciso di impegnarsi anche in un corso sulla lavorazione dell’argento e si stia apprestando a fare un nuovo passo che le consentirà di valorizzare ulteriormente l’attuale produzione di gioielli in vetro di Murano.

Come mai hai deciso di dare maggiore spazio alla creazione delle ceramiche? 

Lavorare la ceramica è un’altra delle mie passioni.  Il fatto di partire da una materia grezza, informe e trasformarla, mi trasmette una sensazione positiva. Mi piace prendere un pezzo d’argilla e iniziare lentamente a modellarlo con le mani; mi piace il contatto diretto con la materia: il rapporto con ciò che stai creando diventa più profondo. Inoltre, mi piace fare le cose senza fretta, per riuscire a fare un lavoro pulito e poter curare i dettagli. La stessa cura che metto nel dipingere ciascuno degli oggetti che realizzo: a partire dalla scelta dei materiali e delle tecniche utilizzate, sino ad arrivare agli accostamenti cromatici.
Adopero colori a base argillosa (engobbi) e per buona parte degli oggetti non sovrappongo il rivestimento vetroso: mi piace la caratteristica resa dei colori, che risultano vivaci ma al tempo stesso velati e che io definisco “puffettosa”, un po’ da cartoon. Trovo che il risultato che si ottiene sia assolutamente in linea con i personaggi che amo creare.



Sto comunque sperimentando anche il lucido, utilizzando la cristallina sull'argilla bianca. I colori sono sempre gli stessi, ma questa volta stesi a mo’ di acquerello. 


Per questo genere di lavorazione penso di orientarmi in futuro verso un’oggettistica di maggiori dimensioni, che può avere bisogno del rivestimento vetroso per l'impiego che se ne fa e per facilitarne la pulizia: oggetti da utilizzare in cucina, un vaso, una lampada, un orologio, una targa da collocare all’esterno, ecc.
I soggetti che amo di più e che ho realizzato in tante forme e versioni differenti sono i gufi: hanno la capacità di farmi volare con la fantasia e piacciono particolarmente anche alla maggior parte delle persone. 


Ma mi lascio ispirare anche da altri animali: pesci, balenottere, tartarughe, coccinelle, ecc.;...



...poi ci sono le casette, singole o in gruppo, che ho immaginato come un angolo di paese, e che trovo possano far parte di un’oggettistica d'arredamento particolarmente adatta alle camere dei bambini.



Penso anche di realizzare dei quadretti colorati che possano essere appesi abbinandoli in gruppo; vorrei lavorare di più sui motivi floreali; insomma, voglio sperimentare il più possibile proseguendo con la realizzazione di nuove forme, colori e lavorazioni, per poi proporli al pubblico man mano che sarò pienamente convinta dei risultati raggiunti.

venerdì 13 maggio 2016

Le Interviste: Giusy Deiana - Antigos Incantos.


Per questa intervista sono a Quartu Sant'Elena nella casa di Giusy Deiana, una giovane il cui percorso è legato indissolubilmente all’arte e l’artigianato, passando dalla pittura alla realizzazione di oggettistica e gioielli, sino alla produzione di accessori di moda in tessuto, che vengono proposti al pubblico attraverso il brand "Antigos Incantos".



Ciao Giusy, raccontaci come e quando si è sviluppato il tuo interesse per l'arte.

Mi raccontano che già alla scuola materna le insegnanti erano sorprese del fatto che disegnavo tutto nei minimi dettagli. Se per esempio raffiguravo mia madre, pur nella rappresentazione tipica dei bambini, non trascuravo di metterle ai piedi le scarpe con i tacchi; a differenza dei miei coetanei disegnavo sempre le mani ed erano rappresentate con tutte e cinque le dita e della giusta lunghezza; mia madre poi, portava sempre un anello, e anche nei miei disegni l’anello era regolarmente al suo dito. 
Alle elementari ho avuto la fortuna di avere una maestra che era una pittrice, almeno una volta alla settimana ci faceva disegnare e col tempo anche dipingere sulla tela e sulla seta. Ricordo che mi piaceva talmente disegnare e dipingere che mi ero fatta regalare tutta l’attrezzatura necessaria.

Purtroppo alle medie il programma era basato quasi esclusivamente sulla storia dell’arte e non dava alcuno spazio all’attività manuale. Questo mi ha indotto a relegare il disegno in secondo piano rispetto alle altre materie scolastiche,  tanto che alle superiori mi sono iscritta in Ragioneria. 
Ma durante i due anni successivi è tornata prepotente la passione per il disegno: durante le pause o la ricreazione prendevo un foglio e disegnavo, andavo alla lavagna e disegnavo. Così ho abbandonato la Ragioneria e mi sono iscritta all’Artistico.



Il punto di partenza per te è stata la pittura, inizialmente rivolta alla figura umana e successivamente alle maschere tradizionali della Sardegna.

Sono grata alla mia insegnante del liceo che essendo appassionata della Sardegna, in ogni circostanza utile che si presentava: concorsi , mostre, ecc., prima ci faceva studiare il tema e poi ci chiedeva di rappresentarlo graficamente. In quel momento, pur sentendomi legata alle tradizioni della nostra terra, lo vivevo come un obbligo, ma a distanza di qualche anno dalla fine degli studi ho iniziato a interessarmi alle maschere tradizionali di Ottana e Mamoiada, per poi allargare il campo verso altri paesi. 
La scintilla è scattata quando ho partecipato a un concerto di Vinicio Capossela, che indossava la maschera de “Su Boe” mentre eseguiva un pezzo accompagnato dal coro dei Tenores. L’atmosfera di quella serata ha risvegliato la mia curiosità verso le maschere e più in generale nei confronti delle antiche tradizioni della Sardegna. Ho fatto ricerche approfondite sia sui libri che su internet, scoprendo le storie e i significati che si nascondono dietro ogni maschera.

Studiando la storia antica della nostra terra mi sono imbattuta poi sulle pintaderas, un nome che sino a quel momento associavo a degli orecchini che avevo visto esposti e che mi erano piaciuti particolarmente, ed è nata un’altra passione. 
Così ho iniziato a realizzare dei dipinti che rappresentavano sia le maschere che le pintaderas insieme ad altri simboli della cultura nuragica, utilizzando prevalentemente l’olio su tela. L’utilizzo dei colori olio mi consente  di dipingere come piace a me, senza fretta e dedicando il tempo dovuto alla cura dei particolari. 




Successivamente hai deciso di non limitare le tue attività alla sola pittura.

Sin dal primo momento l’idea era quella di dedicarmi anche al modellato in ceramica, ma le basi che avevo appreso nel corso di studi erano insufficienti e purtroppo non conoscevo nessun ceramista che potesse trasferirmi le sue conoscenze sulla lavorazione.
Un giorno ero in cartoleria e ho visto il fimo, la pasta sintetica modellabile e termoindurente che si può cuocere anche a casa usando un comune forno, così ho pensato di utilizzare quel materiale per fare un poco di pratica realizzando degli orecchini e dei ciondoli,  che poi indossavo o regalavo alle mie amiche.
Proprio un’amica alla quale piacevano particolarmente i piccoli gioielli che realizzavo mi ha spinto a proporli in vendita, dando il via a un’attività alla quale in precedenza non avevo mai pensato di dedicarmi. 


Indipendentemente da ciò che realizzi, le principali fonti d’ispirazione rimangono comunque le tradizioni e la storia della Sardegna.

Si, sono affascinata dal passato della nostra isola, dalle forme e dai simboli, come nel caso delle pintaderas, che ho scoperto avere tante forme diverse perché erano dei timbri  adottati anticamente per distinguere il proprio pane quando veniva cotto nei forni comuni.


Mi piacciono anche le pavoncelle, che ritroviamo nei mobili intagliati e nelle ceramiche sarde. Per questi lavori ho spesso utilizzato il fimo bianco e il terracotta, che opportunamente lucidati consentono di avvicinarsi alle caratteristiche estetiche della ceramica.
Per quanto riguarda i dolci ho iniziati a realizzarli quasi per gioco, da piccolina aiutavo mia madre a fare i dolci sardi, e studiando gli effetti che si possono ottenere con il fimo mi è venuto in mente che potevano essere perfetti per rappresentare lo zucchero dei dolci. I primi tentativi sono stati con i pastissus di mandorla, e poi sotto l’attenta supervisione di mia madre, ho cercato di ottenere degli oggetti che fossero il più possibile realistici e ho dato il via alla produzione delle calamite che hanno avuto un notevole successo. 


sabato 26 marzo 2016

Le interviste: Tiziana Cabboi - pittrice e creatrice accessori moda.

Ho conosciuto Tiziana Cabboi attraverso alcuni suoi quadri che ho visto esposti nella galleria Spazio 61 a Cagliari e ho subito pensato di contattarla per chiederle di rilasciare un'intervista per The Creative Art
Parlando con lei ho poi scoperto che il suo interesse per l'arte e  le sue capacità creative vanno ben oltre la pittura. Così sono andato a farle visita nella sua casa a Villamassargia, un centro dalle origini antiche, sorto alle pendici del monte Exi nella provincia di Carbonia-Iglesias.


Come è iniziata la tua passione per l’arte?

Ho sempre avuto interesse per l’arte, anche da piccola quando andavo con i miei genitori in visita a casa di parenti o amici, mi soffermavo puntualmente a guardare i quadri appesi alle pareti (cosa che mi succede ancora)
Ricordo che intorno ai 14 anni avevo comprato un set di colori ad olio spinta dall’idea di provare a dipingere; erano stati messi momentaneamente sopra l’armadio e ogni tanto li guardavo ripromettendomi che li avrei usati al più presto, ma impegnata nello studio finivo sempre col rimandare. L’occasione per iniziare a dipingere è nata in un momento particolarmente triste della mia vita, un periodo buio nel quale mia madre si ammalò per poi lasciarci ancora molto giovane. Avevo conosciuto una ragazza,  un’insegnante di pittura e tutt’ora una carissima amica: un giorno mi convinse a fare una prova, mi mise davanti una riproduzione della Sibilla Delfica chiedendomi di disegnarla dopo aver capovolto l’immagine. (*) 
Sembrava una cosa impossibile, ed ero convinta che non sarei  riuscita nell’intento…, ma le diedi retta. Una volta finito di disegnare, girai il foglio e… non credevo ai miei occhi, il disegno era riuscito benissimo. Questa esperienza fu decisiva per me in quanto servì a darmi sicurezza, infatti se da una parte sentivo un’attrazione verso il disegno e la pittura, dall’altra avevo avuto sempre il timore di non essere dotata delle capacità indispensabili per riuscire. 
A partire da quel momento mi sono sbloccata, ho iniziato a dipingere con passione e i complimenti che ho ricevuto quando mi sono convinta a partecipare ad alcune mostre, mi hanno indotta a proseguire.

(*) ndr: un metodo utilizzato per stimolare l’impiego dell’emisfero destro del cervello, notoriamente “pigro”, ma capace di vedere le forme nello spazio e le relazioni di proporzione tra le forme e lo spazio, senza il bisogno di dare un nome a quelle forme e distinguere razionalmente che cosa rappresentano, un compito che invece viene svolto dall’emisfero sinistro, quello logico-verbale e “dominante”.


Nel salone della tua casa ho potuto ammirare alcuni dei tuoi dipinti: due nature morte e una riproduzione della Venere dormiente del Giorgione, ma quale è il genere di pittura che ami di più?

Per quanto riguarda le nature morte che hai potuto vedere c’è un discorso di appartenenza a questa terra, che io amo in tutte le sue sfaccettature. Le tavole che vedi riprodotte nella tela sono quelle che io definisco dell’essenziale, le tavole che  potevamo vedere una volta nelle case della gente umile e sulle quali si trovava normalmente ciò che era strettamente indispensabile alla vita di tutti i giorni. 


Nel realizzare questi dipinti ho sicuramente attinto anche ai ricordi dell’infanzia, quando andavo a casa di mia bisnonna dove c’era una stanza (s’apposentu e su pani) con la tavola nella quale si faceva il pane e i dolci; ricordo ancora i profumi, le tovaglie bianche ricamate e i classici cestini intrecciati di paglia e giunco, che tra le altre cose venivano realizzati con grande maestria anche da mia nonna paterna.


Dato che mi appassiona ogni cosa che è legata alla cultura e alle tradizioni della Sardegna, tutto ciò che la riguarda rimarrà sicuramente una delle mie maggiori fonti di ispirazione.

Per quanto riguarda invece il grande dipinto della Venere dormiente, io amo dipingere il corpo umano, adoro i pittori del 500 e adoro dipingere a olio. 


E’ un genere di pittura molto complessa: la rappresentazione del corpo umano e i panneggi richiedono tanta preparazione e attenzione, oltre a un tempo particolarmente lungo per la loro realizzazione. Se potessi dedicarmi esclusivamente a dipingere, dedicherei tutta me stessa a questo genere di pittura, che io guardo estasiata e con un amore totale.

martedì 8 marzo 2016

Le Interviste: Maristella Portas - Maristell'Arte.


Mi trovo a casa di Maristella Portas, che ho avuto il piacere di conoscere lo scorso anno al CCM (Creative Corner Market).
Siamo diventati amici su facebook e dopo aver avuto l'opportunità di vedere degli altri suoi lavori le ho chiesto di farsi intervistare per "The Creative Art".
E' una casa piccola ma ben distribuita e luminosa; in una delle verande, chiusa a vetri, Maristella ha ricavato un proprio spazio nel quale poter lavorare in tranquillità. 
Alle pareti noto subito alcuni dei suoi quadri e disegni, ne approfitto per scattare una serie di foto che saranno inserite a corredo dell'articolo, quindi ci sediamo a parlare.




Buona parte delle persone intervistate mi hanno detto di aver iniziato il loro percorso artistico in giovane età. Anche tu hai iniziato a disegnare da piccola, ma quando hai capito che l’arte sarebbe diventata parte della tua vita?

Racconto sempre che ancora piccolissima, alle persone che mi chiedevano che cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo che avrei fatto il liceo artistico; sicuramente non mi rendevo ancora conto di cosa comportasse esattamente, ma quando prendevo in mano la matita e un foglio e iniziavo a disegnare, mi sentivo felice.
Anche le maestre mi facevano capire che rispetto ad altri bambini avevo delle doti artistiche, e questo oltre a essere gratificante mi confermava che quella era la mia vocazione.


C’è stato un momento preciso in cui hai maturato la decisione di dedicarti totalmente all’arte?

Finito il liceo artistico ero straconvinta di voler fare l’architetto, ed essendo anche appassionata di restauro, l’idea che avevo era quella che sarei potuta diventare un bio-architetto e restauratore. Speravo che una volta specializzata in quel campo sarebbe stato più facile trovare lavoro, ma l’impossibilità di trasferirmi fuori Sardegna per gli studi mi ha costretto inizialmente a rimandare e in fine a rinunciare definitivamente a quell’idea.
Poi…mi è capitato di avere dei problemi di salute e subire un intervento d’urgenza, questo mi ha fatto riflettere sul fatto che la vita ti può riservare in qualsiasi momento delle brutte sorprese e che quindi la cosa più importante era di non rinunciare a seguire la mia vocazione. Ho compreso che per me era prioritario avere un lavoro capace di farmi stare bene, e nonostante i tanti dubbi che mi assalivano, volevo fortemente riuscire a trovare la mia strada in campo artistico.
Così mi sono dedicata con entusiasmo alla pittura e ho cercato di sviluppare questa mia passione dandogli un senso preciso: sono un'appassionata delle antiche culture sciamaniche, e ho scoperto che gli sciamani utilizzavano la pittura per immaginare e visualizzare degli obiettivi da raggiungere e questa idea mi ha affascinato tanto da volerla farla mia.




Per esempio, uno dei primi quadri l’ho realizzato dipingendomi mentre suonavo il basso (avevo iniziato a suonarlo a 16 anni e mi sarebbe piaciuto proseguire a studiare musica e approfondire la tecnica) e il fatto di rappresentare me stessa mentre suonavo mi avrebbe aiutato a raggiungere quell’obiettivo.
Questo è stato l’avvio che mi ha portato a realizzare diversi quadri e ad esporre in sale e locali di ritrovo.


Maristella disegnatrice, pittrice, ritrattista, illustratrice; Maristella che si occupa di restauro, di grafica, che collabora alla scenografia di un cortometraggio,  che crea  oggetti riciclando la stoffa dei jeans. Ti piace essere libera di muoverti senza vincoli dando il massimo spazio alla creatività.

Si, mi piace sentirmi libera, applicarmi in varie attività artistiche mi fa sentire bene, se avessi dei vincoli che mi costringono a seguire un percorso troppo rigido non sarebbe più così e la stessa creatività ne risentirebbe. Fin dove è possibile mi piace sperimentare cose nuove,  vedere un po’ dove posso arrivare.
Tempo fa, con riferimento alla mia pittura,  mi sono state fatte delle critiche per il fatto che non seguo un genere preciso, ma io sento il bisogno di far uscire i vari lati della mia personalità, e quindi voglio sentirmi libera di utilizzare gli acrilici super-luminosi per dei dipinti astratti, piuttosto che i colori a olio per creare qualcosa di più realistico, oppure disegnare semplicemente con la penna su un foglio ruvido per acquerello.




Sono consapevole che se voglio avere una reale opportunità di affermarmi nel “mondo dell’arte” devo riuscire a focalizzare meglio ciò che mi può caratterizzare (sono ancora alla ricerca di un’identità precisa), ma per il momento non mi dispiace potermi definire semplicemente, un’artista.






mercoledì 24 febbraio 2016

Le Interviste: Paolo Laconi - Pittore

Per questa nuova intervista,  mi trovo al numero 18 della piazza  Michelangelo  a  Cagliari, all'interno dello studio d’arte di Paolo Laconi
In questo ambiente di lavoro, tranquillo e luminoso, prendono vita le scene e i personaggi caratteristici della sua pittura, ma è anche uno spazio espositivo nel quale è possibile ammirare, in un sol colpo d’occhio, un’ampia rassegna delle sue opere.




D:   Ciao Paolo, tu dipingi da molti anni e puoi considerarti un artista affermato, ma come è nato il tuo amore per la pittura?

R:   Sin da giovanissimo avevo una propensione per il disegno. A tempo perso mi piaceva buttare giù degli schizzi, ma per quanto fossi un bravo disegnatore, mai avrei pensato che sarebbe andata a finire così.
La passione vera e propria, quella che mi ha permesso di iniziare ad esporre, nasce molto più avanti, circa 25 anni fa. Alcune persone che vedevano in me delle potenzialità in campo artistico mi spinsero a prendere parte a qualche concorso, giusto per riuscire a ottenere un po’ di visibilità.
Il primo concorso a cui ho partecipato è stato nel 1993 a Quartucciu, all’epoca dipingevo a olio,  i miei soggetti preferiti erano paesaggi, scorci di Cagliari, marine, ecc…un classico realista.
Successivamente abbandonai la pittura a olio per dedicarmi all’acquerello, una tecnica non semplice per molti e nella quale, al contrario, io mi trovai  subito a mio agio, e per molti anni la utilizzai con grande passione. I primi approcci con l’acquerello confermarono che c’era una base solida sulla quale proseguire e che si trattava soltanto di lavorare con entusiasmo e tenacia per migliorare la tecnica.
Un acquerello di Paolo Laconi del periodo realista 
Grazie alle tante estemporanee fatte in lungo e in largo per tutta la Sardegna, ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare tanti pittori veramente bravi: è stata un’esperienza molto importante, la scuola migliore per imparare a dipingere.
In quel periodo ero come un fiume in piena e ho realizzato veramente tanti dipinti, sempre nel realismo puro e ispirati alla nostra terra.
Alla la fine degli anni 90 ho scoperto l’acrilico, una tecnica pittorica che mi è risultata immediata e spontanea, anche grazie ai tanti anni di pratica fatta con l’acquerello.



D:   Poi c’è stata un’evoluzione che ti ha portato in tutt’altra direzione, un non facile cambio di rotta attraverso il quale hai trovato uno stile personale che oggi contraddistingue in maniera molto netta ogni tua opera. Raccontaci come è avvenuto.

R:   Come dicevo prima, avevo realizzato davvero tantissimi quadri, che a volte regalavo e sporadicamente vendicchiavo, ma nonostante l’apprezzamento dimostrato sentivo la necessità di uscire dagli schemi classici, di trovare qualcosa che potesse caratterizzarmi. E’ iniziato così un periodo di ricerca, sfociato in una nuova veste identitaria: in occasione di un carnevale a Mamoiada ero rimasto affascinato dalle maschere dei mamuthones e questo mi ha fornito lo spunto per dare vita a un mondo fantasioso e ironico attraverso il quale rappresentare la realtà isolana, un formula che oltre ad essere assolutamente personale fosse anche in grado di divertirmi e divertire. I primi quadri che ho realizzato erano dipinti su carta stropicciata, con un disegno di foggia cubana, incas; da queste prime prove è nato lo stile che mi contraddistingue e con il quale dipingo ancora oggi.



D:  Quindi, nonostante il cambio d’impostazione, la Sardegna è rimasta la principale fonte d’ispirazione?

R:   Si, i temi che vengono toccati di più sono legati alla nostra terra e la sua gente, attraverso le scene di vita quotidiana e di festa che si svolgono nei paesi e nelle campagne, nella città di Cagliari e nella sua spiaggia del Poetto.





Ultimamente mi è capitato di deviare ogni tanto dal contesto sardo, come nel caso dei quadri presentati in occasione di una mostra a Londra che si è tenuta nel giugno 2011 e realizzati in omaggio all’Inghilterra, con i Beatles, William e Kate e in altre rappresentazioni.




Ma a volte mi sento frenato, vuoi per il grande attaccamento che ho per la nostra terra, vuoi per l’apprezzamento che le persone dimostrano sulle tematiche che appartengono alla sua cultura e alle tradizioni.

lunedì 21 dicembre 2015

Le interviste: Marty, Marta Floris - Il Baule del Gatto.


Per questa intervista sono andato a Gonnosfanadiga, un paese della provincia del Medio Campidano alle pendici orientali del monte Linas. Gonnosfanadiga e anche conosciuta come “La città dell’olio d’oliva”, perché nel suo territorio si produce e vende uno dei migliori olii prodotti in Sardegna. 
Mi trovo nella casa di Marta Floris, un’antica casa campidanese con un grande portale in legno e un ampio cortile, nella quale abita da poco tempo e che sta pazientemente ristrutturando. Ci siamo accomodati all’interno di un loggiato che si apre su dei locali originariamente utilizzati come magazzini e che oggi funge da laboratorio del “Il Baule del Gatto”:

D: Ciao Marty, ricordo che diversi anni fa, quando per la prima volta mi parlarono di una ragazza che creava oggetti che si discostavano nettamente da quanto si vedeva normalmente circolare nei mercatini, fui colpito dall’originalità del nome che aveva dato al suo laboratorio: “Il Baule del Gatto”, mi racconti come e perché hai scelto questo nome?

R: Quando si è trattato di realizzare il sito per esporre i miei lavori volevo assolutamente trovare un nome originale. Sono una persona alla quale piacciono le cose particolari: sono appassionata di oggetti antichi come quelli che si possono trovare nelle scatole o nei bauli delle vecchie soffitte; dato poi che, come è risaputo, mi piacciono tantissimo i gatti - amo il mio gatto da morire – mi è venuta in mente l’immagine di un gatto sopra un baule in soffitta, è nato così il nome “Il Baule del Gatto”. E’ un nome simpatico, che tra l'altro richiama la sorpresa di chi apre un vecchio baule polveroso scoprendo che al suo interno si trovano tante cose diverse, come le mie creazioni che spaziano in tanti campi differenti; un nome che sin dal primo momento è stato gradito molto anche dalle persone che si avvicinavano incuriosite al mio banchetto.



D: Dopo aver preso il diploma nel Liceo Artistico di Cagliari, la tua passione per l’arte ti ha portata ad allargare i tuoi orizzonti andando oltre il disegno e la pittura, e ti sei dedicata alla creazione di bijoux, gioielli in argento e pietre preziose, borsine, pochette, portamonete, scatole in legno e vetro dipinte a mano, capi d’abbigliamento decorati con i tuoi disegni, quale di queste attività ami di più e ti da maggiori soddisfazioni?

R: La cosa che in assoluto mi da maggiore soddisfazione è lavorare i metalli, ha preso il posto anche del disegno che era la mia vocazione; l’idea che avevo all’inizio era quella di diventare una disegnatrice di fumetti, un’illustratrice. Poi, mi è capitato di entrare a lavorare nel “Teatro delle mani” come scenografa, in quel contesto ho realizzato tante altre cose, dato che mi veniva chiesto di costruire i burattini e diversi oggetti di scena.  Così ho imparato a utilizzare materiali di vario tipo e quando è stato necessario realizzare una corona per il re ho cominciato a prendere confidenza anche con la lavorazione dei metalli, da quel momento è nata e cresciuta nel tempo una vera e propria passione. Tutto ciò che faccio mi piace comunque moltissimo: lavorare con la stoffa, dipingere, però... lavorare i metalli e in particolare l’argento è una sfida che mi entusiasma.



D: Quando parli della lavorazione di metalli quindi ti riferisci prevalentemente all’argento?

R: Si, perché è possibile ottenere degli effetti che con altri metalli non si ottengono, ho abbandonato da tempo gli altri fili da bigiotteria, e per la realizzazione di gioielli uso quasi esclusivamente l’argento. 


Lavoro anche il bronzo e l’ottone, due metalli che mi piacciono e che ritengo particolarmente funzionali nella realizzazione di un altro tipo di creazioni: per esempio se lavoro a un’agenda, un cappello, una borsina o una pochette, alcune decorazioni possono essere realizzate in bronzo oppure in ottone.





D: Ogni tu creazione evidenzia una particolare passione per l’antico, il misterioso, il magico, attraverso uno stile medievale, gotico, ma anche vittoriano, steampunk.

R: Sono appassionata di cose antiche, mi piace tutto ciò che è antico, non solo gli oggetti ma anche le case, come questa in cui vivo ora e che adoro. Penso di essere una delle poche persone che si fermano ad ammirare i fregi dei vecchi palazzi, soprattutto se si tratta di art-nouveau, che mi fa letteralmente uscire di testa.  Inoltre mi ha sempre attirato l’aspetto gotico del periodo vittoriano, i vampiri, e poi il soprannaturale, i fantasmi o le case con “presenze”. Sin da bambina poi, amo il fantasy: la storia infinita, labyrinth, ecc.; quando andavo per boschi con i miei genitori a cercare funghi,  la mia mente si perdeva in quel luogo misterioso e restavo in attesa di vedere da un momento all’altro apparire una fata o un folletto. Ho sempre vissuto in un mondo tutto mio, tra l’antico e il fantasy, è il mio modo di essere, un’espressione di me; io stessa mi sento “antica”, fuori tempo, e poi di carattere sono un po’ streghetta, quindi…




D: Ma è un mondo in cui credi o semplicemente che ti attira, ti solletica?